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CORRERE LA NAMIB RACE ULTRA TRAIL, 250K NEL DESERTO

Correre la Namib Race, 250K nel deserto è un sogno per molti. Una sfida con se stessi prima di una gara. Mattea Geraci del TRM Team ci è riuscita arrivando 1° di categoria (60-69) e 5° donna. L’abbiamo intervistata per voi. Ci racconta l’esperienza, le emozioni e cosa c’è alla base della sua preparazione per diventare finisher Namib Race 2022.

La gara si svolge in Namibia, che caratteristiche presenta il percorso?

La Namibia e’ un paese che offre panorami ed ambientazioni tra le più suggestive dell’Africa: coste bagnate dall’oceano Atlantico, dune di sabbia tra le più imponenti al mondo (alte più di 300m) e paesaggi lunari.

La Namib Race è una delle gare che compongono il circuito Racing the Planet. La particolarità di questa gara non è tanto la distanza, ma il fatto che è una gara in autosufficienza: ciascun partecipante porta tutto ciò di cui ha bisogno all’interno del proprio zaino.

La gara è di 250km da completare in 7 giorni con 6 tappe. Queste non sono tutte uguali ma hanno ciascuna una lunghezza diversa. 4 tappe hanno una distanza intorno ai 40K, una tappa, la penultima, la “Long March” è di 70K; ed infine l’ultima tappa con una lunghezza di 10K.

Perché hai scelto di partecipare a questa gara del circuito Racing The Planet?

Racing the Planet, ed in generale le 4 Ultramaratone del Desert, sono tra le gare più importanti e suggestive al mondo. Inoltre, la rivista Time ha inserito la Namib Race tra le migliori 10 gare endurance al mondo. Questi eventi mi affascinano moltissimo! Sono venuta a conoscenza di queste competizioni tramite un mio amico, il quale ha già corso tutti e 4 i deserti. Dopo aver fatto la Marathon Des Sables ho deciso di andare oltre e di vivere un’esperienza unica che mi potesse far ancora crescere e così ho deciso di correre i 4 Desert partendo proprio dalla Namib Race.

Quali sono stati i momenti più belli  della gara?

Ricordi belli ne ho tanti, nonostante la fatica ed il caldo! I paesaggi della Namibia sono qualcosa di spettacolare: i colori delle zone più rocciose, le pianure e dune immense (ricordano i paesaggi lunari) dove ci si sente davvero minuscoli, il tramonto ed il cielo stellato durante la parte finale della “Long March”. Ti tolgono  davvero il fiato.

Parlando della gestione della gara,  le emozioni più forti sono legate soprattutto alla prima ed alla penultima tappa. Nella prima tappa sono arriva presto, ho corso molto bene e sono arrivata 3°donna. Non me ne ero resa conto e la cosa mi ha fatto emozionare, ho guardato i risultati e non ci credevo…con tutte quelle ragazze più giovani che partecipavano. Il momento di felicità più grande è stato sicuramente l’arrivo della penultima tappa: la lunghissima e tostissima “Long March”di 70K. Questa è la tappa più difficile della Namib Race. Quando arrivi capisci di avere superato l’ultimo grande scoglio di questa competizione e di avercela fatta. L’ultima tappa misura “solo” 10K, è preceduta da una giornata di riposo ed è, quindi, possibile recuperare un po’ di energie e caricarsi per l’ultimo tratto.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato durante questa gara?

Il disagio di correre sotto un sole cocente e temperature molto elevate. In teoria, in Namibia è autunno e si prevedevano temperature intorno ai 30/35 gradi, ed invece abbiamo avuto temperature intorno ai 50 gradi. Quest’anno è stato qualcosa di eccezionale, tanto che questo sole e queste temperature hanno sorpreso anche l’organizzazione e gli stessi atleti (molti si sono dovuti ritirare già a metà evento).

L’organizzazione è intervenuta adottando alcuni provvedimenti proprio per non mettere a rischio la salute degli atleti: le partenze delle tappe sono state anticipate al mattino presto, alcune tappe sono state ridotte di alcuni chilometri. Inoltre, sono state introdotte delle pause forzate nelle ore più calde della giornata tra le 12 e le 15, ovviamente con lo stop del cronometraggio fino alla ri-partenza.

Anche io ho dovuto affrontare alcune problematiche. In particolare, durante la terza tappa ho avuto problemi di vomito: per il gran caldo facevo fatica a mangiare; masticavo, masticavo ma non riuscivo a deglutire. Ho temuto di non arrivare alla fine ma mi sono imposta di conservare energie sufficienti per portare la gara a casa!

Come valuti l’organizzazione della gara?

Un’organizzazione ottima, efficiente e molto attenta alla salute degli atleti. Alla partenza eravamo circa una cinquantina di atleti e i volontari erano altrettanti (tra staff medico, coloro che si occupavano della logistica ecc.). Lungo il percorso non eri mai solo: oltre ai check-point ogni 10K dove ci si riforniva di acqua, spesso tra un check-point e l’altro trovavi una jeep con il personale che controllava che tutto stesse andando bene.

Parlaci dello zaino e delle riserve alimentare. Come hai organizzato questi aspetti?

Ciascun atleta deve correre con uno zaino contenga tutto il necessario per i 7 giorni di gara. Per quanto riguarda l’alimentazione ci sono delle regole precise imposte dall’organizzazione: bisogna aver 14.000 calorie totali e quindi disporre di 2.000 calorie al giorno. Alla partenza, il mio zaino pesava complessivamente 10kg e conteneva: prevalentemente cibi liofilizzati, quindi pasta, riso, cuscus, muesli e frutta secca, sacco a pelo, il piumino (perché nonostante tutto in Africa la sera fa freddo!).

Come ti sei allenata per la Namib Race?

Seguo una tabella specifica di allenamento sviluppata dai Coach di TRM (Trail Running Movement) sulla base delle mie caratteristiche e delle gare nel deserto (Programma Desert Running). Ho 4 uscite di corsa alla settimana che prevedono sessioni per l’endurance ma anche lavori di qualità, 2 sessioni in piscina e 1-2 sessioni di bici.In Italia è impossibile in inverno trovare tracciati simili alle gare nel deserto per cui bisogna adattarsi, per esempio allenandosi anche su percorsi innevati così da simulare un terreno cedevole come è la sabbia.

Dato che prevaletemene corro da sola, oltre agli allenamenti sopra citati, utilizzo le gare stesse per i lunghi. Inizio con competizioni brevi, fino ad arrivare progressivamente a competizioni che si avvicinano in lunghezza alla gara che mi sono prefissata. Ad esempio, per prepararmi alla Namibia ed arrivarci in modo graduale ho corso diverse gare: 45k alla Brunello Crossing ad inizio febbraio, la prima settimana di marzo l’Ultra Trail del Marchesato 60k, a marzo l’Ultrabericus 100k, ed infine, la Costa Brava Run.

Diresti che in queste gare contano più le gambe o più il cuore?

Entrambi, però penso che conti di più il cuore e la voglia di arrivare. Se alla gara arrivi fisicamente ed atleticamente preparato allora quello che ti porterà alla fine, in caso di disagi e difficoltà, che devi mettere in conto nelle Endurance Ultra Trail, sarà il cuore.

Che consigli daresti a chi vuole correre la Namib Race o una gara similare?

Ovviamente, di prepararsi con allenamenti specifici per quel tipo di percorso. Il dislivello è decisamente contenuto e 4 tappe sono simili ad una maratona, per cui occorrono sessioni che stimolino sia le soglie che l’endurance. Stessa cosa direi per il tappone da 70K dove è importante avere una buona capacità di tenuta e gestione.

Nella preparazione non bisogna, inoltre, tralasciare 3 aspetti: la gestione della corsa con un carico importante che modifica la biomeccanica e quindi impone di adottare una tecnica specifica; la presenza di tratti con dune e rocce che rendono necessario inserire lavori in salita e discesa; la valutazione dei livelli d’idratazione.

Quale sono le due prossime sfide a cui stai pensando?

Per ora basta gare (sorride), mi rilasso e mi godo un po’ di vacanza, ma sempre continuando ad allenarmi. Dal punto di vista agonistico ad ottobre volerò in Cappadocia per la Ultra Trail targata Salomon di 100K. E poi, la testa ed il cuore sono già proiettati al giugno 2023 dove mi aspetta la Gobi March in Mongolia, sempre di 250K!

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